Note di viaggio
Milano, 8 marzo 2004 Chiesa di San Marco
Wolfgang Sawallisch dirige lo Stabat Mater di Antonin Dvoràk
Per viaggiare bisogna partire da un punto essenziale, vicino al cuore. Un buon viaggiatore pulisce le memorie, toglie le ragnatele, fa ordine negli angoli del proprio bagaglio, parte leggero, con pochi pensieri. Un buon viaggiatore non ha fretta, non corre mai, non arranca, sa sempre di essere dentro il minuto giusto di una giusta ora, è in cammino verso se stesso e con se stesso. E’ l’orologio del suo battito, non anticipa i tempi, non produce linee di ritardo. Predilige tragitti brevi, lenti, intensi, non sbiadisce, ha sempre attenzione e curiosità negli occhi. E di notte brilla, si fa stella, riferimento stesso della propria rotta.
…alzo la bacchetta…quasi una preghiera…un movimento infinito, denso, pesante…nel nome del padre…ho tanti anni da sostenere in questo gesto ripetuto infinite volte…è il mio lavoro…la mia vita…sono io…è la musica che si deve compiere…sono davanti a cento sguardi che aspettano il mio incedere, la mia nota.
Frammenti armonici di scale discendenti e sono a precipizio dentro la Sequenza di Jacopone da Todi: Stabat Mater dolorosa Juxta Crucem lacrimosa, sto viaggiando dentro mille anni di parole.
Nella vita ci sono momenti in cui tutto cammina più veloce di noi, anche nella musica…cerco il respiro, mi sincronizzo con le onde del primo movimento, riprendo fiato, piano, piano…ritorno in superficie.
Questa musica arranca in un percorso doloroso, una via crucis, un viaggio, una salita fatta di polvere, di sconforto, di domande, di madri e di figli che non vogliono morire.
Dentro una chiesa si celebra spesso la morte, qualche volta la resurrezione.
Ricordo che la madre di Dvoràk faceva la cameriera e tanti figli, come si usava allora, il padre era macellaio e gestiva una trattoria in un villaggio contadino, di quelli dove ogni nascita significa insieme destino e ricchezza. Antonin nacque primogenito di nove figli e fu subito chiaro che la grazia si sarebbe posata su quel bambino qualunque, un po’ ingenuo e goffo; lui avrebbe posseduto quel rispetto ottocentesco malinconico e irrevocabile che è una delle forme della bontà, e l’anima di chi sogna dentro notti e case di villaggi di legno, pieni di neve e di grano, di candore e di pane. Quel bambino crebbe, viaggiò, scrisse dal nuovo mondo e tornò nella sua bruma mattutina. Anche la mia vita è stata un respiro profondo sulle distanze di un mondo veloce e adesso, che sono vecchio, mi capita spesso di pensare al senso di questo viaggio e a come il destino ci sorprenda sempre, strappandoci dalle nostre cose, travolgendoci, soffiandoci lontano da ciò a cui apparteniamo, per poi riprenderci, riportarci là da dove siamo venuti, ricollocandoci dentro la vita o la morte, la musica o il silenzio.
Per viaggiare occorre fortuna, un luogo, una meta. Un posto dove andare. Carte, tracce, rotta e vele, e poi ancora fortuna e vento.
Per viaggiare occorre un’anima, un registratore per le immagini e i suoni, un tempo per la memoria.
Occorre un destino per quando devi scegliere la via tra due strade che sembrano ugualmente belle di fiori e di sirene e chiedono la tua direzione.
Occorrono piedi buoni e un cuore forte, una borsa per i souvenir, gli appunti, i ricordi e un tramonto che chiede certezza di risorgere.
Su queste note faticose i miei ricordi si fanno ingombranti, si ingarbugliano. E’ difficile scivolare senza inciampo su milioni di semicrome che si sono rincorse e sovrapposte negli strati della conoscenza, segni matematici che non facilitano nessuna espressione sentimentale…qualche volta il passo si fa incerto, mi confondo e mi riprendo, mi conforto, ripasso il pentagramma e ritrovo l’attimo della musica.
Nelle candele di questa chiesa c’è la stessa luce che bruciava nei saloni di Maria Teresa d’Austria accompagnando Mozart nella sua sinfonia concertante. Ero lì mentre il prodigio usciva da quella testa bislacca e inarrivabile, che suonava con la sorella un fortepiano troppo piccolo per la meraviglia delle sue dita imprendibili.
Spesso il genio incarna ciò che per la gente comune è follia, inquietudine, perversione, lui improvvisava per ore con quella faccia imperscrutabile, affidandosi all’inesauribile scintilla che scaturiva da un istante indecifrabile del suo pensiero. Io potevo solo girargli attorno in un’orbita lontanissima, impermeabile, potevo solo ammirarne la bellezza.
Carlo Maria Giulini mi raccontava che questo è il mistero del genio: l’uomo è un uomo qualunque finché non accade qualcosa che lo porta in una dimensione a sé sconosciuta rendendolo capace di creare opere immortali.
Per noi ella vede morire il dolce suo figlio solo, nell’ultima ora
Ricordo una frase di Cioran, filosofo e scrittore rumeno che diceva “Uomini di scienza e di cultura si sono prodigati in ogni tempo per dimostrare l’esistenza di Dio, ma l’unica prova certa della sua presenza è la musica di Bach, basta ascoltare la musica di Bach e Dio si palesa ai nostri occhi”.
Per me è una grande verità, io credo di esserci già stato in paradiso, quando mi sono perso tra le note del “Canto del destino” di Brahms, e quando ho attraversato la dolorosa bellezza di un addio che suonava dentro un Requiem tedesco. Ho visto Matteo e Giovanni passeggiare mentre discutevano animatamente su quale fosse la migliore delle “Passioni bachiane”…
Fa che arda il mio cuore nell’amare Cristo Dio per essergli gradito
La bacchetta nella mia mano segue un tempo, traccia fili di ore, e soffermandomi sugli sguardi di questi uomini e di queste donne che mi cercano, vedo note che singole nell’aria si perdono e insieme diventano coro perpetuo, parte di un suono definitivo, incorruttibile. Ora mi muovo…sono altrove, vago tra le volte di questa chiesa e mi fermo dentro una preghiera, sopra gli affreschi del Legnanino…lapislazzuli, indaco e verzino, cinabro, bianco di ostriche, luminescenze della foglia aurifera…quante sono le anime dentro questa penombra, dipinte, sbiadite, discrete, schierate, elette.
Quanti angeli dentro le rughe barocche senza più età, inviolabili dalla corruzione della carne. Le ascolto. Li ascolto.
I morti abbandonano l’età…restano giovani, fotografati in un istantaneo ricordo.
Guardo la mia immagine dal fondo della chiesa, il viaggio non è solo spostamento del corpo, il viaggio è portare l’altrove dentro noi stessi.
C’era un uomo più di cento anni fa, seduto al mio posto.
Manzoni era morto da poco e lui dirigeva per la prima volta, proprio in questa chiesa, il Requiem che gli aveva dedicato. Quell’uomo si chiamava Giuseppe Verdi, stava lì, con la barba irsuta e il piglio inarrestabile, mentre il battente infieriva sulla tenuta della grancassa – “in modo un po’ teatrale” come i critici dell’epoca scrissero – nell’atto di urlare un Dies Irae che tirava giù gli angeli e i diavoli dalle loro dimore affrescate facendoli diventare vertigine infuocata prima di risorgere nel Recordare.
Prima del viaggio occorre una preghiera, perché ogni spostamento ha la precarietà,
la fragilità del canto sospeso, del volo d’aliante, della parabola tra i punti di una ascissa. Non apparteniamo più a ciò che abbiamo lasciato e non siamo ancora ciò che raggiungeremo.
Siamo sospesi in un attimo di imprecisione, di ricerca, di metamorfosi globulare, di trasformazione, come questo canto proteso verso un accordo di re maggiore che immobilizza l’aria, che non vuole scendere dalla lunghezza della sua onda e si aggrappa al rigo del pentagramma.
Sfogliando la musica ho conosciuto l’amore, storie bellissime, lacerate dall’impossibile, passioni disperate che avevano la necessità di rivelarsi. “Amami Alfredo” gridava Violetta dentro la sua fuga dal mondo, e nulla poteva mutare quel destino scritto dalle note e dalle parole. Tristano e Isotta scivolano sulle ripidità wagneriane e il loro amore mortale e invincibile si infrange tra le nebbie delle antiche scogliere di Cornovaglia.
Ad ogni epilogo della tragedia Shakespeariana ho sempre puntato la mia spada verso Romeo, sfidandolo a cambiare il destino della sua vita, a non bere quel veleno, come se avessi la speranza che per una volta il finale potesse essere diverso e l’amore compiersi. Ma non poteva accadere, Quelle storie possiedono la bellezza assoluta delle cose perdute e la solitudine di cui solo i vinti sono capaci.
Con te lascia che io pianga il Cristo crocifisso finché avrò vita
Adesso so che la grandezza della musica consiste nell’universalità del suo linguaggio, segni immutabili, tracciati d’anima, che si muovono dentro un tempo perpetuo. Molte volte, chiamando Arturo Toscanini, la sorella mi rispondeva che il maestro stava studiando La Traviata e, allora, il senso delle sue parole mi sfuggiva. Toscanini aveva già più di ottant’anni e aveva diretto quell’opera infinite volte, ma quell’affermazione era lì, precisa, inconfutabile: “il maestro sta studiando La Traviata”. Ero troppo giovane per capire… Ciò che lui studiava, ciò che lui cercava, non erano più le note, forse non era più nemmeno la musica, era già oltre il dettaglio, il particolare, lui penetrava il cuore e il respiro, il mistero del creatore. Solo oggi, dopo tanti anni, anch’io mi sento scorrere sulle righe di un pentagramma, senza interruzione. Anche nel sonno sono dentro un tempo che si muove, lontano… ritratto in una foto seppia di cent’anni prima accanto a Claretta e Robert Schumann, dentro una stanza di ciliegio mentre ascolto Beethoven gridare la sua sordità a una luna beffarda che lo ispira in un controluce violento come la malinconia. Io lo sento, attraverso le finestre chiuse sui vetri dell’inverno, io lo sento dentro un’inquietudine che lo graffia come una malattia, che gli toglie luce e sonno…io lo sento perché dentro la storia di un uomo c’è la storia di tutta l’umanità.

Restarti sempre vicino piangendo sotto la croce, questo desidero
Mi avvicino alla conclusione, andante con moto, sono sotto la croce, il movimento si fa inquieto, difficile, non si può sbagliare un finale, non si può crocefiggere un figlio per errore.
La verità è brevissima, si tratta di coglierla nell’istante in cui si presta, il resto è attesa, commento, sceneggiatura. Cogliere la nota di Dio ecco la verità di tutto, io ho sempre creduto che nella musica ci fosse l’essenza, il principio e la fine delle cose, qualcosa di perfetto che non apparteneva a chi l’aveva scritta e certamente non a me che cerco di darle una forma, un battito. Qual è la nota di Dio? un do maggiore pieno, perfetto con terze e quinte giuste, trionfante, risolutivo, o una combinazione di settime e di none che lasciano scivolare il dubbio in una domanda, nell’indefinibile?
I miei affanni dissolvono trovando pace in questo amen che sta gridando più alto dei miei pensieri, reiterato, continuo, supplichevole, è l’urlo di Dvoràk, di Munch, delle anime che non si piegano all’oblio, della nostra carne bisognosa…siamo carne bisognosa. Dvoràk è passato dentro il mio sangue e il mio sudore, l’ho tenuto tra le braccia, ho portato la sua pena e il suo dolore.
Guardando le facce degli uomini ho capito quali prove possono sopportare i loro occhi e il loro cuore.
Lui era mite e malinconico, predestinato ad una sofferenza infinita, sopravvivere ai propri figli, come la loro madre, come la madre schiacciata dalla croce di quel dio impossibile e segreto dipinto sulla magnifica pala del Busca.
…il mio viaggio finisce tracciando una scia obliqua, discendente…so che molto di noi sarà ricordato dentro un gesto finale, non si può sbagliare un gesto finale.
Fermo la mano in un punto, in un istante dello spazio già percorso, sono ritornato da me stesso, in quell’attimo in cui la musica diventa silenzio, equilibrio assoluto o nulla detestabile. Il viaggio è sempre un ritorno, sia di ore o di tutta la vita. Torniamo sempre da qualcuno.
Quando la morte dissolve il mio corpo, aprimi Signore, le porte del cielo, accoglimi nel tuo regno di gloria, amen
W. S.