"La none e conte", il primo libro di Giuliana Pellegrini, mi era capitato tra le mani lo scorso febbraio, ancora odoroso di stampa: come una folata anticipatrice di primavera, profumata di prati e di boschi. Recensendo il libro per il Notiziario del Fogolâr Furlan di Milano, scrivevo allora:
"Animali che dialogano fra loro e talvolta anche con l'uomo. Animali grandi e piccini: gatti e topi; asini e mucche, capre e galline; volpi e scoiattoli... e poi formiche e coccinelle, cavallette, centopiedi e scorpioni... Ma questi non sono gli animali parlanti delle favole di Esopo, di Fedro, di Lafontaine, che alla fine ci propongono una loro morale precostituita. Sono gli animali che abitano le umili case delle nostre campagne; quelli che vivono nei boschi e nei prati o che volano liberi nel cielo. E che ci raccontano le loro storie, senza una lapidaria morale finale, ma tuttavia con una sottintesa e discreta allegoria, in chiave etica o sociale o persino politica. Sicché queste non sono soltanto favolette per bambini; sono allegorie che offrono anche agli adulti una lettura piacevole e aperta alla meditazione...
Il pregio più percepibile del libro è che tutte le storie sono pervase da un soffio di schietta poesia. Viene fatto di pensare che Giuliana Pellegrini abbia letto in gioventù "La vita degli insetti" di J.H. Fabre o "La grande lezione dei piccoli animali" di Romain Rolland, assorbendone il senso della natura e l'amore per le umili creature. Ma forse, determinante per lei è stata piuttosto l'opportunità di vivere a Gemona, in mezzo a una natura intatta, che le ha offerto un' inesauribile ricchezza di spunti.
Un secondo pregio, e non da poco, è la lingua friulana, nella varietà gemonese, usata dall'Autrice: molto vicina alla koiné, ma ricca di termini saporosi e ormai quasi dimenticati del lessico campagnolo e casalingo; e nello stesso tempo lontana da brutti neologismi e da austere regole grammaticali... ".
Non conoscevo ancora Giuliana. Poi ho ricevuto una simpatica lettera, nella quale lei si presenta, con elegante semplicità.: "O sei nassude a Osôf, di mari gabodule (di Glemone), e o sei cressude cun Agne Cute da Fric... Jê a mi à insegnât a cognossi lis jerbis, a scoltâ l'ajar, e soredut a vê rispiet pes creaturis grandis e piçulis che a son in chest mont come nô. Daspò o sei lade a stâ a Glemone, scuasit sot il Cjampon, e o ai la fortune di vivi intune cjase grande cuntun prât e tancj arbui, e un grumon di creaturis".
Dunque, Giuliana non ha letto Fabre e Romain Rolland; ed era giusta la mia seconda ipotesi circa la sua formazione poetica e letteraria: la fortuna di vivere in un'atmosfera che la permea e la circonda in un abbraccio fecondo, nella grande casa con il prato e gli alberi e una moltitudine di creature, ai piedi del Cjampon.
Poi, finalmente, l'estate scorsa, l'ho incontrata, proprio nel prato della grande casa; e vi è stata subito una perfetta intesa: spontanea, schietta, informale. E' così che ho saputo, in anteprima, che era in gestazione un secondo libro di favole. Ora il libro è felicemente venuto alla luce; e siamo curiosi di vedere se, e quanto, assomigli al primo nato.
Dirò subito che il secondo libro di Giuliana non delude le aspettative del lettore. I piccoli abitanti del prato e del bosco vi si muovono, comunicano, agiscono nella stessa aura di schietta poesia campagnola che già abbiamo respirato nel primo libro: una poesia strutturata in metafore inedite, in immagini di sapore ora simbolista, ora espressionista o surrealista, nelle quali si intravede la scrittrice dotata e istintiva. Ed ora la scrittura è più filtrata, più distillata: in una parola, più sorvegliata. Anche la lingua friulana, pur conservando il suo inconfondibile sapore gemonese soprattutto grazie alle scelte lessicali, ma anche a certi modi del registro familiare, mostra un ulteriore avvicinamento alla koinè, con una maggiore attenzione alle ragioni della morfosintassi e quindi a un registro più "letterario".
Al di là di questa avveduta e giudiziosa evoluzione stilistica, rimane sostanzialmente valido quanto scrivevo, recensendo il primo libro di Giuliana, a proposito di questo mondo meraviglioso di animali piccoli e grandi che comunicano tra loro e ci propongono la loro piccola e grande filosofia. Va detto, per altro, che quasi tutti i protagonisti dei racconti sono conoscenze nuove, che si intrecciano in un brulicare di incontri con i vecchi personaggi. E questa volta, a interagire con gli animali parlanti, c'è anche il mondo vegetale, rappresentato dai due ciliegi del grande prato, il vecchio Bortul e Gaspar il dormiglione.
Nella struttura dei due libri si scorge un certo parallelismo. Entrambi iniziano con due oggetti della cultura dell'uomo, un libro salvato dalla catastrofe del terremoto, nel primo; e un vecchio oboe in soffitta, recuperato al ricordo dei tempi passati, nel secondo. Entrambi si chiudono con due eventi corali, rispettivamente il concerto notturno delle creature e la grande kermesse nel prato per la festa di San Bartolomeo. E ancora, in entrambi i libri sono inseriti racconti che hanno come protagonista la figura umana: La Rogazion e Agne Cute nel primo; Lis Litaniis nel secondo.
Resta da segnalare una piccola asimmetria, che costituisce anche un'apprezzabile novità. Il secondo libro si apre con una intensa poesia dal titolo essenziale, Nô: il ricordo di un'infanzia vissuta in un mondo contadino che non c'è più, ma che vive nel patrimonio della memoria. Una poesia che avrebbe dovuto aprire il primo libro, ma per una strana dimenticanza era rimasta esclusa. Credo che questa sia l'introduzione perfetta per un libro che di poesia è pervaso e si nutre.
Alessandro Secco