Lis Flamis

UNA PREMESSA

Scrivere in friulano non è più faccenda o privilegio di pochi fedeli cultori ed esperti. La promozione culturale dell’identità linguistica del nostro popolo ha dato i suoi frutti e sempre un maggior numero di persone si accosta all’idioma friulano. Questa breve raccolta di scritti friulani è dovuta alla penna di una gemonese con il gusto della fiaba e con un animo poetico. In questo volumetto, dedicato alle figlie: Martina, Elisa, e alla nipotina: Benedetta, ella vuole comunicare fiaba e saggezza, allegoria della vita e incanto dell’esistenza. I racconti sono preceduti da una poesia, che potremmo definire autobiografica, colorata di una infanzia, che persiste nel ricordo di tempi più genuini e naturali.

È il richiamo a una civiltà contadina, di cui si è stati protagonisti, irrimediabilmente perduta. Gli ultimi cinque brevi versi scandiscono l’aggettivo “ultins”. Si sente il clima degli ultimi di David M. Turoldo.

I racconti cominciano con “Libri”. Si descrive il terremoto di Gemona con il crollo del castello e delle case, la morte della gente sepolta dalle macerie. Arriva pure il momento di rimuovere rovine e calcinacci, di ammucchiare le cose dissipate e distrutte dall’onda sismica. Anche un libro gettato via nel caos, gualcito e sporco desta il ricordo affettuoso del padrone. La cagnetta di Maestro Meni che lo trova nel torrente rivive nostalgicamente tanti momenti. Il libro riappare come segno di speranza.

“Quirin il Farc” è una fiaba a lieto fine. Dietro il Colle di San Rocco sulle rive del Tagliamento regna la talpa Quirino. È tutto bello e sereno per lui e per gli altri animali fino a quando un giorno arrivano macchine movimento terra e di abbattimento degli alberi. Si deve fare una strada. Poveri animali! Perderanno territorio, serenità e lavoro. Per fortuna una provvidenziale alluvione convincerà gli uomini a desistere dal loro progetto con gioia immensa di Quirino e degli animali del bosco.

Su un piano più fiabesco e meno allegorico si presentano i tre racconti abbondantemente descrittivi: “Polonio il zupet balarin”, “Teofil il rai (ragno)”, “Marquart il scorpion”. Nel primo si deduce che la scuola deve permettere naturalezza e spontaneità, nel secondo che un lavoro artistico viene dal cuore e dalla fatica, nel terzo la scoperta del suono e della musica che porta felicità e fa sognare. La scelta di un protagonista come lo scorpione, descritto come un guerriero medioevale, ci dice che in natura anche ciò che ci sembra meno attraente può rivelarsi utile e ammirevole.

La stesura delle narrazioni e delle poesie appare efficace. Un’aura di poesia avvolge gli umili personaggi del bosco e del prato. Si avvertono preoccupazioni ambientali per un Friuli che non deve venire snaturato e privato d’identità.

Domenico Zannier