“Adesso ti metto gli occhi ed ho finito, guarda come sei bello, assomigli ad uno spaventapasseri prezioso. Ti ho messo i pantaloni azzurri e la giacca nera con i bottoni e sulla testa quel bel cappello con la piuma. Ti chiami Menut, perché assomigli proprio ad un piccolo Domenico.
Sai cosa devi fare, tenere lontani gli uccellacci che razzolano per rubare i semi dell’orzo e del frumento, sgridarli, insomma sei la guardia del campo. Hai il dovere di aiutarmi”
Così dice l’uomo davanti a me. Lo vedo, forse sono uguale a lui. Ho il cappello, i pantaloni, la giacca- ha detto- ed anche lui li ha.
Con gli occhi nuovi guardo attorno.
Sotto me, dove affondano i piedi, la terra è nera e nuda, di fronte vedo la montagna Quarin che secondo me è terra appesa, bucata dagli alberi neri e foderati di foglie e di verdi più chiari dei cespugli di mirtilli e lamponi. Terra dolce, farinosa, pitturata di sentieri e di ricordi della fatica dell’uomo: una chiesa, un pezzo di castello…che bello! questa bellezza mi riempie gli occhi di felicità .
Sto qui, passerà il tempo.
E il tempo passa, la terra pian piano si veste di brividi verdolini, gugliate di paglia che sbirciano.
Anche io sono paglia, le mie braccia, la mia faccia sono cuciti bene, inserrati. Sono bello, io.
Il sole, quella cosa che si alza quando la notte finisce, mi riscalda ed asciuga.
Si, perché spesso cade acqua dal cielo e mi inzuppa, ma sai quanto è bello sentirla correre sul cappello! è un rumore che sa di compagnia.
Il sole diventa più forte, qualche volta acceca, e mi asseta.
Da qualche giorno vedo una cosa lunga e scura distesa davanti a me che pian piano scompare, credo fugga, non so, io posso guardare solo da una parte.
Fa paura, s’allunga come una biscia, è pesante e greve, si appoggia sugli steli del frumento,
dondola, in attesa di ghermirmi.
Così, con l’anima pesante, ho chiesto al vento, che è amico mio, cosa fosse questa bestiaccia che non mi dà pace.
Il vento ridendo ha risposto che era solo la mia ombra, che non si deve temerla..
Mi ha tolto un pensiero…adesso, quasi anche lei mi tiene compagnia, vedo che si muove e si appoggia, ma so che non viene per portarmi via l’anima.
Dicevo del vento, quel birbante, spesso mi fa i dispetti, mi alza il cappello, entra sotto la giacca
e si acquieta solo per raccontare...aspetto quei momenti che spengono e allo stesso tempo
accendono la voglia di sapere com’è il mondo che non vedo.
Mi racconta…di quella nuvola piccola e luminosa che sta sempre appesa al sole, che l’aspetta ogni mattina per dire buongiorno, che si struscia come un gattino sul primo raggio, che sospira e canta
quando, di proposito o no, il re del cielo l’accarezza.
E del sasso mezzo interrato, con la faccia rivolta alla montagna, sopra lui camminano formiche ed il
serpente nero e lo scorpione: è tutto un viavai, un cicaleccio indaffarato, che sopporta con santa
.rassegnazione, felice di essere sasso e di poter respirare il verde.
-Vedi, lassù vola l’aquila- dice il mio amico.
Rispondo che non posso guardare, non riesco a voltare la testa.
E dentro me, nasce un dispiacere, una malinconia:perché non posso muovermi da qui?
Invidio il vento, lui corre e sta fermo, io sto solo fermo.
Non mi mancano le cose belle, le guardo per saziarmi di loro.
E’ gioia scoprire, nel giallo del frumento, le macchie rosse dei papaveri, i pezzi d’azzurro dei fiordalisi, il verde scuro del convolvolo, le orme della donnola e della lepre…segnali di presenze, di vite in movimento.
Si, mi piacerebbe camminare, mi piacerebbe volare, penso di poterlo fare, basterebbe avere una briciola di coraggio.
Ma come? le braccia non si piegano, sono lì, dure, non sono ali.
Come sono belle le ali, quelle tenere dei passeri, che rumore morbido fanno quando volano!Dovrei allontanarli, m ho pena di loro, cercano soltanto di sfamarsi.
Assaggiano solo qualche chicco nella spiga e con gentilezza, non la distruggono, scegliendone uno solo e basta. Non posso dire “andate via bestiacce” dovranno pur mangiare!
Sono certo di non incutere paura, perché qualcuno riposa un momento sul mio braccio,
zampe e piume che profumano di carne viva.
Ho detto al ciliegio, anche lui sempre fermo “Non ti viene voglia di fuggire?”
Ha risposto che non può, che s’accontenta di allungare i piedi sotto la terra e di alzare le mani per toccare il cielo e di vestirsi a festa ogni primavera.
“a me, aggiunge orgoglioso, fanno sempre una grande festa, proprio a me, per far sapere che porto io la primavera, come la rondine, e che sono il primo a far risvegliare la terra”
Ma allora perché mi penso prigioniero? perché non mi basta essere quello che sono?
Mi sembra di sentire scorrere acqua sulla faccia, ma non piove. Scivola dagli occhi.
Ho dentro un sospiro malato.
Il vento si ferma, le sue dita leggere mi asciugano le gote, portando via mezzo dolore, mormorando “Menut, ognuno nasce con un destino, a me quello di correre sempre a te quello di non poterlo fare. Ma siamo, tu spaventapasseri ed io vento, di passaggio, a cercare di fare il nostro dovere”
Parole buone, consolanti.
Ma non posso fare a meno di pensare che:
un giorno mi sveglierò e sentirò un formicolio ai piedi e camminerò sul frumento ed arrivato in fondo al campo, mi usciranno le ali e rincorrerò i passeri, giocando a rimpiattino con le nuvole…io Menut, spaventapasseri per obbligo con l’anima piena di vento, volerò nel cielo…
"Il testo è stato tradotto in francese, tedesco e sloveno"