Domenica 8 marzo 2009
Secondo classificato al Premio "Argento Vivo" di Monfalcone (Go)
MADRE
La sveglia ha un suono fastidioso, insistente, entra in testa come un cacciavite, fa male, e mi duole anche lo stomaco, mi infastidisce la luce che passa dalle tapparelle. Adesso mi alzo, però le gambe non si muovono, e faccio fatica ad allungare il braccio. Se almeno potessi fermare la sveglia…
Senti questa sveglia, si sarà dimenticata di spegnerla, tra poco dovrò andare da lei, spero abbia lasciato aperta la porta di servizio.
Sono inquieta, scendo le scale, busso, entro, chiamo ma non risponde, è stesa sul letto, immobile, la bocca semiaperta, gli occhi spalancati. M’ avvicino, questo non è il solito malessere, la solita influenza. Chiamo il 118, intanto preparo una camicia da notte, un cambio, cerco di non fare rumore, sottovoce le dico di stare tranquilla, andremo all’ospedale, mamma, una puntura e torni a casa allegra e pimpante.
L’ambulanza arriva, barella, infermieri e siamo in pronto soccorso. Area d’emergenza, domande dei medici, io racconto della sveglia, che la sera prima avevamo mangiato la sogliola e gli spinaci, che ieri lamentava un mal di testa leggero, come uno stordimento.
Gli esami dicono che è meningite batterica.
La fanno dormire, l’età è avanzata, ma ha una sana e robusta costituzione, dovrebbe superare la crisi.
Passano sei giorni, dorme sempre.
Adesso sto bene, c’è solo il fastidio della luce forte, bianca, è passato il mal di testa.
Una persona mi chiede se sento, dice di tirar fuori la lingua e di battere una volta le palpebre se ho capito. Mi viene da ridere, certo che ho capito e tiro fuori la lingua e sono sorpresa perché tutti sorridono, così la tiro fuori di nuovo.
Ho un po’ di confusione in testa, una donna mi bacia e sorride, dice bentornata mamma.
Credo si sbagli, io non sono una mamma, non sono neppure sposata, a dicembre compirò venti anni.
Ha aperto gli occhi, ieri ha iniziato a respirare da sola, ed oggi a rispondere agli stimoli.
Non mi ha riconosciuta, ci vuole pazienza, la guarigione è lenta e lontana.
Viene trasferita in una stanza singola, posso stare con lei. Sono impreparata, non so cosa fare.
Le parlo, storie, favole, cantilene, del tempo che fa.
Le massaggio le mani, le braccia, le gambe,con la crema, ha la pelle secca, la carnagione
chiara, delicata.
Questa donna mi dà fastidio, parla sempre, mi chiede se ho sete, fame, sonno. Mi tormenta, mi sfrega le gambe con la crema bianca, mi fa muovere le braccia. Basta, voglio essere lasciata in pace. Quando verranno i miei genitori dirò che la mandino via, è brutta e cattiva.
Deve esserci una via per comunicare con lei, prendo una lavagnetta, le faccio vedere l’alfabeto, è arrabbiata, le mostro un fiore, chiedo se lo conosce. Lei mormora dada, no questo è un fiore, le dico, risponde, si, dada.
E’ ancora confusa, dovrà fare un ciclo di riabilitazione, anche del linguaggio.
Adesso mi costringono ad alzarmi a camminare spingendo un carrello, continuano a farmi domande.
So chi sono, non ho voglia di parlare. Loro non capiscono, chiedo una cosa e me ne danno una diversa. C’è una signora carina che m’insegna ad aprire la bocca e dire uuu, mi diverto, non è difficile, metto in fila le matite colorate, lei dice che sono brava. Però sono stanca.
I progressi sono minimi, c’è un leggero miglioramento, tra qualche giorno la dimetteranno.
Chiedo consigli ai dottori, cosa fare, come comportarmi. Rispondono che non c’è cura, è questione di tempo, ha bisogno di stimoli continui. Ancora non mi riconosce.
Quella donna ha detto che oggi andremo a casa, sono contenta. Così, quando sarò con i miei, lei se andrà, mi è proprio antipatica. A volte porta due ragazze giovani, che mi chiamano nonna. Non le conosco, le lascio dire, sono brava io.
Entriamo in casa. Lei guarda in giro, la sistemo sulla poltrona, le preparo una camomilla.
Ha uno sguardo diverso, come ritrovasse interesse. Le chiedo quanti cucchiaini di zucchero vuole.
Alza due dita. Sono felice, comincia a comunicare.
Dico che dormirò con lei stanotte, magari hai bisogno di compagnia… guarda come si sono allungate le giornate, presto sarà estate e allora andremo in giardino sotto la betulla, al fresco
Sembra mi accetti, sorride, annuisce. Parla, uuuaaa dada, è un lungo discorso.
Che bello, sono a casa, ho visto la tovaglia, la poltrona ed il mio letto.
Mi ricorda qualcosa, la donna della camomilla. E c’erano anche le sigarette sul tavolo.
Domani ne fumerò una.
Forse l’ambiente familiare influisce, oggi ha mangiato tutta la minestrina senza fare capricci.
La imbocco, non sa coordinare i movimenti. Le metto in mano un gomitolo di lana.
Fa no con la testa, le insegno a giocare, deve prenderlo e lanciarlo sul tavolo.
Oggi abbiamo fatto il bagno nella vasca, un mare di bollicine, lei soffiava e le faceva volare.
Sembri una diva del cinema muto, le ho detto. A suo modo ha ringraziato.
Eh, si, stavo bene dentro l’acqua con tutta la schiuma morbida, dal buon odore.
A volte mi scivolano i pensieri, come acqua vanno via. Mi son guardata allo specchio, ho i capelli bianchi e tante rughe, mi scruto, qualcosa scava nella testa, possibile che sia così vecchia? Mi pare di vedere un film, tutto è sfumato come nella nebbia. Ci ho pensato tanto, credo sia mia figlia
quella donna, domani glielo chiedo.
Il suo linguaggio è migliorato, o forse sono io che lo comprendo, come capire il balbettio del bambino. Ha chiesto se sono sua figlia, ho detto si , le ho parlato delle mie ragazze, delle cose di famiglia, dei suoi morti da decenni, del terremoto. E’ attenta, pare seguire le parole.
Mie figlie hanno chiesto quando torno a casa. E’ vero, trascuro tutto, mi sento in colpa.
Pasti veloci. Ho tanto da fare. Ci sono i panni da lavare e stirare, le pulizie.
Lei vorrebbe tenermi stretta, quando mi assento per un momento mette il broncio.
Sono stanca, notti passate sul divano, con la luce accesa e spesso risvegli improvvisi perché
si agita e grida nel sonno. Le ho comperato il salvavita.
Adesso mia figlia vuole andare a casa sua, lasciarmi sola. Perché? le ragazze sono grandi, io sono malata. Lei ha il dovere di assistermi, e se mi torna il male di notte? Non ci pensa, è egoista, vuole abbandonarmi. Mi ha appeso al collo un nastro con una scatolina, devo schiacciare il tasto rosso se mi sento poco bene.
Ho fatto aprire una porta sulle scale per poter scendere in fretta, risparmio un giro noioso. Quando le auguro la buona notte, mi guarda triste, provo una fitta di rimorso. Ma devo andare, le ragazze hanno il sorriso negli occhi e chiacchiere allegre, respiro la loro giovinezza. Ho deciso di portarla al centro diurno, così potrà incontrare gente diversa, della sua età. Sta lì fino a mezzogiorno, posso cercare un lavoro part-time, magari far pulizie al mattino presto, prima di svegliarla. Le spese sono tante.
Qui nel centro diurno sono tutti gentili, giochiamo a tombola, recitiamo il rosario, parliamo. E’ tornata la dottoressa delle parole, dice che sono migliorata, che sono bella, sempre pulita e ordinata, con lo smalto sulle unghie. Mia figlia ha comperato la tinta per i capelli, castano chiaro, e la parrucchiera me li ha tagliati. Le infermiere del centro dicono che sono molto carina.
Mi chiamano dal centro, vieni, tua madre sta male. Corro. Di nuovo ospedale, un ictus.
Sono disperata, tutti gli sforzi, tutta la dedizione, tutto il lavoro per riportare una parvenza di normalità, cancellati, distrutti. Chissà se saprò gestire, se sarò all’altezza.
I dottori danno poche speranze, resterà semiparalizzata.
Sono stata di nuovo in ospedale, ricordo benissimo. Le gambe non vogliono camminare, la mano è immobile. Per fortuna c’è lei… ride sempre, mi prende in giro, mi sono abituata ai suoi scherzi. L’altro giorno mi ha portato in braccio fino in macchina e siamo andate a comperare una tuta da ginnastica, blu e rossa. La commessa è uscita dal negozio per vedere se mi andava bene. Poi ci siamo fermate a bere nel bar.
Le ho insegnato a fare ginnastica, le massaggio le gambe, ho comperato una cyclette, almeno un chilometro al giorno. Legge il giornale e commenta le notizie.
Abbiamo festeggiato il suo compleanno, una torta con la panna, cantato tanti auguri a te. Indossava la tuta rossa e blu, le abbiamo scattato tante foto. Era truccata, un filo di cipria e rossetto. Ho trovato un lavoro, al mattino presto pulisco le scale di un condominio.
Poi stiro per la gente, montagne di roba. Almeno stiamo insieme, parliamo, preghiamo. Il tempo passa, Natale e poi Pasqua, giorni lunghi e sempre uguali che vanno, sospesi. Mi sento stanca, avvilita. Vorrei fare una passeggiata nel bosco, senza dover guardare l’orologio. Mi sento in colpa, vorrei avere più tempo per me, per le ragazze.
Stare a guardare il cielo al tramonto.
Stanotte ho provato a schiacciare il bottone rosso del salvavita. E’ uscito un suono forte.
Lei è arrivata subito, ha chiesto come stai, ti senti male? No, volevo provare se funziona.
Era un poco triste, poi ha detto, adesso lo sai, stai tranquilla, buona notte.
Non era arrabbiata.
Giorno dopo giorno, sempre di corsa, con la paura di non riuscire a far tutto, a farlo bene.
Stamani sento la pesantezza del mondo sulle spalle, nascondo la testa tra le ginocchia, così
come un cucciolo, e piango per liberare l’amarezza.
C’è una donna che viene a trovarmi la domenica mattina, parla di Radio Maria e di Padre Livio.
Che il diavolo è tornato sulla terra. Ho paura. Lei l’ha sgridata, a noi non piace sentire parlare di queste cose, ha detto, noi crediamo solo a quelle belle. E’ in gamba, mia figlia.
Son passati così sei anni, tra ricoveri e convalescenze, medicine, vitamine, visite di controllo.
Intanto ho trovato un lavoro diverso, distante da casa, e una mia cugina assiste la mamma fino a mezzogiorno. Mie figlie, a turno si prendono cura di lei fino al mio rientro.
Sembra una situazione normale.
Stanotte è caduta la neve, mi ha portato accanto alla finestra per vederla meglio.
Mi sentivo strana, guardavo nello scuro come la vedessi per l’ultima volta.
Ed ho capito che era arrivata l’ora di morire. Ho detto a mia figlia “ grazie mamma” l’ho detto due volte, perché è vero, lei è la mia mamma. Mi canta la ninna nanna.
Davanti alla finestra guardando la neve, mia madre ha detto che sono la sua mamma.
Un brivido nell’anima. Sento che se ne sta andando. Che è il suo modo di salutarmi.
Infatti oggi è di nuovo all’ospedale. Non soffre, ormai parla a stento, non mangia.
L’infermiera dice, vai a casa a dormire, ti chiamo se dovesse peggiorare.
Se stai qui non la lasci andare via, lei ormai ha finito di vivere, ha consumato il suo tempo.
Non devi trattenerla. Ha ragione, così le carezzo la fronte, dico piano buon viaggio mamma e buon
riposo. Apre gli occhi, sorride, uno sguardo che riassume una vita.
Dentro ho un mare di tristezza. Ho assistito al suo declino, ho condiviso il suo ultimo sentiero. Non ricordo il disagio, i sacrifici, la vita sconvolta di questi lunghi anni, mi riempie il cuore un sentimento che non so definire, forse tenerezza, forse senso del dovere compiuto.
Come in una fotografia, ho fermato la sua immagine nel gesto di offrirmi una caramella con un sorriso complice e luminoso, mia madre, distrutta dalla malattia. Diventata bambina affamata di cure e d’amore.