INTRODUZIONE
Chi ha tempo per leggere oggi? Per leggere non dico il quotidiano inteso sia come giornale, sia come periodo che ci circonda, ma per leggere delle favole? Alla nostra età, e per di più in friulano? E chi ce lo fa fare?
I luoghi comuni sulla frenesia dei nostri giorni, sui ritmi incalzanti , sulla velocità folle alla quale conduciamo la nostra vita fanno ormai parte del repertorio classico di frasi automatiche cui ricorrere per sottrarci al voler conversare.
Il tempo per leggere, come anche il tempo per scrivere è, secondo Daniel Pennac tempo rubato, rubato al dovere di vivere.
E poi non basta leggere, scorrere le righe di una pagina, distrattamente, come faremmo con la lista della spesa: occorre soffermarsi, tornare indietro, sfogliare con calma, con attenzione, guardare le illustrazioni, fissarle nella mente per poi cancellare sostituendole con immagini create dalla nostra fantasia.
Ma che fatica! Ma é proprio obbligatorio?
Certamente no, come non sono obbligatorie la poesia, la bellezza, la serenità, la suggestione.
Non è obbligatorio mettere tra parentesi la realtà, prendersi un attimo di svago, permettersi di divagare. Non è obbligatorio, ma è così piacevole!
Possiamo esserci imbattuti nelle lettura di qualche favola, ma quanti di noi hanno dimestichezza con la lettura in friulano, questa nostra lingua antichissima, i cui primi documenti datano ben prima del 1300?
Leggere ( e quindi scrivere in friulano) è un modo per far riemergere le proprie radici, rientrando in una dimensione originaria, forse trascurata, ma mai consapevolmente dimenticata, che va tuttavia scomparendo.
Questa nostra lingua, così musicale contiene suoni, rumori, parole onomatopeiche ricchissime di risonanze: è una lingua melodiosa, piena di echi di un mondo lontano, anche se Dante nel suo De Vulgari eloquentia non fu molto tenero nel descrivere il nostro idioma ( aquilegenses et istrianos qui “ces fastu” crudeliter accentuando eructant).
Solo la conoscenza e il grande amore per questo parlare ne permettono un uso coinvolgente e suggestivo.
Leggere favole scritte in friulano ci porta in una dimensione doppiamente poetica: innanzitutto per la struttura della favola, il racconto delle vicende, la descrizione del prato e dei suoi abitanti e secondariamente per l’atmosfera evocata dalla sonorità delle parole. Capita allora di ritrovarsi un mondo puro, forse nostalgico, forse alla ricerca di un rifugio da questo e da ogni presente, mai tranquillo, mai abbastanza affidabile.
Capita allora di cogliere il nostro lato naturale, nel gioco sempre attuale, inaugurato da Esopo, del rispecchiamento di virtù e vizi nel mondo animale.
Protagonisti delle favole raccolte in questo volumetto sono gli abitanti di un prato ( se volete poi vi mostro dov’è) e l’autrice ce ne racconta le avventure, i giorni qualsiasi, non quelli eccezionali. Gli animaletti non sono qui antropomorfizzati, ma compresi nella propria atmosfera: non si innalzano al nostro livello: piuttosto l’autrice ci insegna a vedere oltre la semplice apparenza, accompagnandoci nel loro mondo.
Eccoci allora alla corte della regina delle formiche, brutta, avida e insensibile. Prossima alle nozze, si fa preparare da una delle sue operaie Miute, estetista per amor proprio. Durante il trattamento di bellezza (un cefà mostro per la piccola formica) la regina si informa sulla vita delle sue suddite, con un’aria né pietosa, né compassionevole, ma piuttosto con indifferente incredulità. Pur nella consapevolezza della propria misera vita da operaia, Miute rivendica la fierezza e la dignità di una esistenza comunque perbene.
Questo libro non rappresenta, però una fuga incosciente dalla realtà: certi temi attuali vengono trattati con leggerezza e senza alcuna presunzione politica o demagogica: ad esempio la rana Lisute, arrivata dalla Prussia, può essere letta come metafora dell’immigrazione e della difficile arte dell’integrazione. All’autrice è particolarmente cara la riflessione sulla difficoltà di relazionarsi con chi è diverso da noi, oppure fatto a suo modo, magari un po’ lontano dai costumi, dai canoni, dalla normalità. Con tratto leggero ci fa immedesimare in Polonio, cavalletta ballerina, che pervasa dalla dolcezza dalla musica vorrebbe danzare senza condizionamenti, libera di muoversi secondo un ritmo che sente dentro di sé. Ci immedesimiamo in Teofil il ragno, ritratto nello sforzo di adeguare la ragnatela a regole e proporzioni lontane dalla sua visione.
Ci commuoviamo per la storia del coniglio Doro, scacciato dalla sua comunità e dalla sua stessa madre perché diverso, non completamente bianco, ma segnato da un segno nero attorno agli occhi.
L’autrice scardina il nostro ovvio punto di vista sul mondo animale: la coccinella diventa allora una sarta provetta, il riccio un giramondo desideroso di sapere, il millepiedi un atleta impacciato ma sorprendente e molti altri ancora.
Il libro si conclude con il concerto di una sera di giugno, cui prendono parte tutti gli abitanti del prato, ognuno secondo la propria indole, ognuno suonando o cantando secondo la propria natura: il cjarbon Ulric, Marquart lo scorpione, Neri il cane, il corvo Bastian e chi non è in grado di suonare assiste allo spettacolo, come pubblico delle grandi occasioni. La luna, in parte celata dalla siepe, illumina gli artisti sul palcoscenico in un’immagine bellissima di armonia e gioia.
dott.sa Elisa Mengato