Sabato 2 febbraio 2008
Presentazione a Osoppo
Buonasera e benvenuti a tutti.
E’ mio compito, presentare la scrittrice e la sua opera e lo faccio con vero piacere. Non è la prima presentazione al pubblico, ma posso affermare che l’autrice è particolarmente emozionata, più emozionata del solito per via del luogo in cui ci troviamo: qui a Osoppo, paese dove Giuliana Pellegrini è nata.
Credo che voi tutti conosciate Giuliana: chi ha visto qualche primavera in più ricorderà il padre, Plinio Pellegrini, il cavaliere, Plinio da Fric, fondatore dell’associazione del Fante, e che lavorò lungamente in cartiera: ricorderete anche Mariute la Codarie, la madre, originaria di Gemona, che andava a far punture in giro nelle case, quando ce n’era la necessità…chi ha buona memoria ricorderà che vivevano tutti nel Borg dai Sâvs, in via Barriera. Quelli che mantengono la memoria antica di Osoppo ricorderanno che Giuliana è nipote di un personaggio peculiare: guaritrice, un po’ strega, levatrice, veterinaria, pranoterapeuta, regole ues: Agne Cute da Fric, che girava sempre con la tabacchiera piena di tabacco da fiuto e con la pipa.
Per questo è quasi commovente essere qui stasera: Giuliana ha trascorso a Osoppo l’infanzia e l’adolescenza, momenti della vita che plasmano il carattere, la sensibilità, la personalità di ognuno di noi.
Qui ad Osoppo Giuliana ha cominciato a sentire prima, poi ad ascoltare, a comprendere e a parlare la marilenghe, il friulano che usa per scrivere e non si tratta di una scelta casuale, di comodo o di moda.
Nessuna lingua è mai solo un insieme di parole, ma è sempre portatrice di cultura, modi di essere e di interpretare la vita, la realtà.
Per far comprendere questo, ai miei studenti porto l’esempio della lingua degli eschimesi, in cui ci sono 80 modi per dire la neve, a seconda delle caratteristiche che di volta in volta essa assume! Chiamare la neve con 80 nomi diversi significa vederla in 80 modi diversi! ( mentre noi la vediamo solo in un modo) Per questo dico che la lingua non è un insieme di parole; scegliere di esprimersi, di scrivere in una lingua o in un’altra non è indifferente, ma anzi comporta la scelta di un punto di vista sul mondo.
Usare la marilenghe consente quindi di dire più delle parole, più del senso delle parole, tramandando e raccontando molto di più.
Con gioia passo ora a presentarvi i due libri dell’autrice: libri che, come accennato, hanno compiuto vari giri, in regione e in Italia, ma la cosa sorprendente è che ovunque siano arrivati, abbiano coinvolto ed emozionato pubblici diversi: lettori in librerie ( Milano, Udine, Ferrara) rappresentanti e membri del Fogolâr Furlan ( Lione, Parigi, Torino, Melbourne) bimbi delle scuole dell’infanzia e degli asili nido. Si tratta di un evento raro, che dimostra come l’autrice non si rivolga esclusivamente ad un tipo di pubblico, e come la sua opera non vada costretta all’interno di alcuna definizione di genere.
Il primo libro, uscito nel 2005, per la casa editrice Olmis, si intitola La None e conte e nasce come regalo dell’autrice voleva fare alla neonata nipotina Benedetta: comprende 34 contis.
Protagonisti delle favole raccolte in questo volumetto sono gli abitanti di un prato dei quali l’autrice ci racconta le avventure, i giorni qualsiasi, non quelli eccezionali, gli animaletti vengono compresi nella propria dimensione e ci accompagna nel loro mondo.
Eccoci allora alla corte della regina delle formiche, brutta, avida e insensibile, che per le proprie nozze, si fa preparare da una delle sue operaie Miute, estetista nel poco tempo libero che le rimane. Oppure assistiamo alle fatiche di Teofil il ragno, che cerca di far rientrare la propria ragnatela all’interno di misure e proporzioni che non lo convincono tanto. Possiamo immedesimarci in Polonio, cavalletta ballerina, che pervasa dalla dolcezza dalla musica vorrebbe danzare senza condizionamenti, libera di muoversi secondo un ritmo che sente dentro di sé. Ci commuoviamo per la storia del coniglio Doro, scacciato dalla sua comunità e dalla sua stessa madre perché diverso, non completamente bianco, ma segnato da un tratto nero attorno agli occhi.
Il libro si conclude con il concerto di una sera di giugno, cui prendono parte tutti gli abitanti del prato, ognuno secondo la propria indole, suonando o cantando secondo la propria natura: il cjarbon Ulric, Marquart lo scorpione, Neri il cane, il corvo Bastian e chi non è in grado di suonare assiste allo spettacolo, come pubblico delle grandi occasioni. La luna, in parte celata dalla siepe, illumina gli artisti sul palcoscenico in un’immagine bellissima di armonia e gioia.
Anche LIS CONTIS DAL PRAT INCJANTAT, il secondo libro ( presentato per la prima volta nel gennaio 2007 presso la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli) e edito sempre da Olmis, è nato dalla penna dell’autrice come regalo per la nipotina, è un insieme di 18 racconti scritti nel rispetto della grafia ufficiale normalizzata, nella variante linguistica della parlata locale.
Tutti i luoghi delle vicende narrate, per quanto incantevoli e meravigliosi sono reali e risentono delle atmosfere che l’autrice ha interiorizzato qui ad Osoppo durante la sua infanzia: ritornano infatti tracce osovane, personaggi realmente esistiti, O fatti tipici della cività contadina di allora, impregnata di religiosità ( la rogazione, lis litanis)
I protagonisti dei racconti, in parte già presenti in La None e Conte,sono animali semplici, che si incontrano facilmente nei nostri prati, lucciole, topolini, un riccio, formiche, un orbettino, api, un pipistrello, gufi e civette, coccinelle, un cane, un gatto, galline e donnole… E ricompaiono più volte in diverse occasioni, a formare una trama di richiami e rimandi che fanno del libro una narrazione continua, che inizia dal risveglio della primavera e termina sul finire dell’estate, in una sera d’agosto, durante una festa in cui tutti gli abitanti del prato prendono congedo dalla bella stagione, diretti verso luoghi caldi o verso una tana nella quale aspettare di risvegliarsi nella nuova, prossima primavera.
Cosa rende speciali questi racconti?
E’ lo sguardo incantato dell’autrice: queste non sono favole in cui gli animali rappresentano virtù e vizi umani, ma vengono mostrati nella loro semplicità, in piccoli episodi e peripezie,vicende tenere, oppure sottilmente malinconiche, o ancora allegre…
Il libro è abbellito dai gradevoli acquerelli della dottoressa Katia Zaghi che con delicatezza ha saputo cogliere di ogni racconto il momento essenziale e lo ha reso con bravura.
Tutti i racconti sono stati tradotti in italiano, poiché a volte leggere e comprendere il friulano può essere laborioso, non siamo abituati infatti a percorrere pagine fitte di accenti circonflessi, strani segni, suoni particolari. La traduzione non è stata sempre facile, perché tesa allo sforzo di non perdere la ricchezza della “marilenghe”, lingua così musicale e ricca di effetti sonori che impreziosiscono il testo di ulteriori suggestioni.
Con questa parole ho voluto raccontarvi quanta osovanità ci sia in questi due libri,e quanta poesia… ma ora lascio la parola alla signora Vittorina Sgoifo, attrice del GAD Quintino Ronchi di San Daniele, che vi proporrà non una semplice lettura ma un’interpretazione di alcuni brani significativi.
presentazione di Elisa Mengato